RadioAranza

Perchè una radio, perchè qui, perchè ora

Maggio 6, 2007 · Nessun Commento

Passano sempre un cinque-dieci minuti tra il momento in cui ci si mette sotto le coperte e quello in cui si crolla nel sonno delle otto ore, tra le braccia della notte e gli oscuri sensi dei sogni. Ora molti credono che l’evento più importante della notte siano i sogni. Io dico che la parte più bella sono quei cinque-dieci minuti prima di addormentarsi. Tra mille domande e pensieri che mi vengono in mente in quei pochi attimi c’è quasi sempre un sentimento brutto, brutto nel senso in cui lo intendono i bambini, che mi provoca qualcosa nello stomaco, una sensazione che va a salire lungo il corpo. Dovrebbe essere quello che noi chiamiamo “u frusciu”. Questo fruscio è causato spesso da qualche avvenimento che mi ha dato fastidio durante la giornata.

A volte però il fruscio è causato da una percezione di incapacità, perché non riesco ad inserirmi in determinate iniziative, o a partecipare a qualcosa di utile, o a portare a termine proposte in cui io stesso credevo. A volte poi mi passano davanti agli occhi una miriade di situazioni in cui non ho fatto niente, e sono semplicemente rimasto fermo a guardare o a sentire, come quando sento di un bar che è esploso, di una macchina bruciata, di un uomo trovato morto nelle campagne della zona, di un raccomandato che è diventato qualcuno di importante, di truffe colossali che investono i cittadini, quindi lo Stato, e soprattutto di cose che non si possono dire e non si possono fare, di stupide regole di una società che accetta e permette in silenzio. Tutti chiudono porte e finestre, si cambia strada, si passa ad un altro discorso, si evita di far arrabbiare certa gente e si dice di “Sì”, sempre e a qualsiasi cosa. Sì, sì, sì, sì e sì.

Io non ce la faccio più a sopportare tutti questi sì e queste regole e a sentire ogni giorno che non possiamo fare nulla per cambiare la situazione, che in pochi non si può determinare un cambiamento e che dobbiamo rispettare le consuetudini del nostro paese. Io non ne voglio più sentire di queste scuse, di queste giustificazioni, di parole dette per far tacere, di chi ci vuole far diventare capre da portare al pascolo. E, una volta per tutte, non ne posso più del fruscio.

Ecco il perché di una radio: perché a chi ci minaccia ogni giorno, anche in modo silenzioso, a chi ci invita a sederci davanti alla televisione e a guardare programmi demenziali, a chi ci dice di adeguarci e di prendere quello che c’è, l’unico modo per rispondere è unirsi. Unirsi per convincere anche gli altri. Perché oggi noi, “ragazzi non buoni”, siamo pochi, ma domani dobbiamo essere tanti. Noi, da molti definiti “ragazzi impegnati” (che ormai sta diventando sinonimo di sognatori), dobbiamo darci un’identità di gruppo, senza per questo sacrificare la nostra personalità. Tocca a noi, e non ad altri, usare le armi che abbiamo a disposizione, e che non offendono le nostre coscienze, quindi non i pugni e le minacce, ma le parole, l’informazione, l’inchiesta, la verità, l’arte e la creatività, la musica, lo sport e il gioco. Sta a noi coinvolgere le masse giovanili a cui proprio non gliene frega niente della realtà in cui viviamo, e che sono pronte un domani ad arrendersi subito di fronte a qualsiasi nemico. Ma noi no! Noi dobbiamo ribellarci e opporre resistenza, proporre nuovi valori e riprenderne anche di vecchi. Noi dobbiamo distruggere la mentalità siciliana del menefreghismo assoluto. Insieme al collettivo ci siamo chiesti in che modo poter agire: dopo mille tentativi siamo arrivati all’idea della radio, mezzo di comunicazione che può raggiungere e appassionare la nostra generazione. Ci siamo chiesti che genere di radio debba essere, se fatta di opinioni o di informazioni, e siamo giunti ad una conclusione: entrambe le cose servono, ma senza informazione e impegno l’opinione è solo vanità.

Ci hanno detto: perché ora? Ma, se non ora, quando? Quando usciremo allo scoperto? Quando saremo pronti a farci sentire, se non lo siamo adesso, che viviamo giorni relativamente spensierati. Ci hanno chiesto: perché qui? Qui, in Sicilia, a Giarre, perché è il paese di provincia il luogo in cui più si tace e si lascia passare, perché è qui, e non nelle grandi città (dove pure sussistono centinaia di altri problemi) che tutto sembra non poter, e non voler, cambiare mai. Qui lo Stato è più assente e distante. E poi perché noi viviamo qui, e non in un altro posto, ed è qui che vogliamo agire, non in altri posti (almeno per ora).

Ecco perché la radio deve essere qui e adesso. Ecco perché la radio si deve realizzare. Ecco perché noi dobbiamo unirci e associarci, e divertirci insieme, e dire, una volta tanto, “NO!”.

Categorie: Fabrizio Rompineve
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